C’è qualcosa di strano in Conan. Non solo nel personaggio, ma nel modo in cui continua a riemergere, attraversando epoche e linguaggi diversi. Dai racconti di Robert E. Howard agli adattamenti cinematografici, dai fumetti alle riletture contemporanee, Conan non smette di tornare. E ogni volta sembra parlare a un presente diverso.
Ci sono personaggi che nascono per essere grandi eroi. Alcuni diventano memorabili, altri si dimenticano in fretta. Conan è diverso. Nasce come reazione. Per capirlo bisogna seguire il percorso che propone Daniele Marotta nel suo Conan il barbaro: Robert E. Howard e l’epica dell’alienazione. E tornare negli anni Venti. In quell’epoca in cui l’America si racconta come progresso e modernità. Ma dalle crepe di quella cartolina – politicamente esibita in tutto il mondo – emerge anche un senso di crisi, meno visibile, più sottile, in sottofondo. La percezione che qualcosa si stia perdendo, che la civiltà stessa possa essere una costruzione fragile. È lì che Howard immagina l’Era hyboriana. Un mondo violento, primitivo, senza illusioni. E ne fa lo specchio distorto del suo presente. Il cimmero non è, quindi, un dispositivo di evasione, ma il modo in cui lo scrittore sceglie di parlare dell’uomo, del potere, della solitudine.
Conan nasce lì. In quel movimento che non è dettato da una qualche forma di nostalgia del passato, ma dalla voglia di reagire al presente. Di frantumarlo, se necessario, a colpi di spada. Attraverso la forza fisica del barbaro, Howard brandisce la sua personale forma di rifiuto. Rifiuto delle strutture, delle gerarchie, delle illusioni di stabilità. L’atto stesso del raccontare diventa per Howard una forma di resistenza fisica. E questo rende la sua opera straordinariamente moderna. Non è un caso, quindi, che Conan abbia attraversato così tanti linguaggi. Nel cinema, nel fumetto, nell’immaginario visivo, la sua figura si trasforma continuamente pur conservando un nucleo costante: quello di una presenza che destabilizza ma continua a dialogare con il nostro immaginario.
Forse è proprio questo il punto. Forse Conan continua a tornare perché riporta con sé anche qualcosa di nostro, che ci appartiene, anche se non è immediatamente visibile: il desiderio di rifiutare, di sottrarci alle strutture, di mettere alla prova ciò che ci controlla. Vedere fin dove regge. E, se necessario, incrinarlo. Forse Conan torna perché, a volte, abbiamo bisogno di pensare una risposta non allineata.
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Conan il barbaro: Robert E. Howard e l’epica dell’alienazione
Riccardo Bruni
Edizioni Neverend


