C’è stato un momento in cui il futuro ha smesso di essere un’ipotesi ed è diventato un territorio da esplorare. Non nelle scienze, ma nelle storie. È negli anni Venti del Novecento che la fantascienza prende forma come la conosciamo oggi: non più racconti isolati, ma un vero e proprio spazio condiviso. Nel 1926 Hugo Gernsback fonda Amazing Stories e prova a dare un nome a quel tipo di racconti: scientifiction. È questo il passaggio che oggi viene preso come riferimento, quando si dice che la fantascienza compie 100 anni. Significa, in fondo, che da un secolo abbiamo scelto di usare il futuro per parlare del presente. In questi mesi lo si legge un po’ ovunque — articoli, post, ricorrenze varie ed eventuali — come se il genere potesse davvero essere racchiuso dentro una cifra tonda. È una forzatura, certo. Ma è una forzatura utile. Perché se ne parla. E non è poco.
A voler essere precisi, la fantascienza non nasce cento anni fa. Le sue radici affondano molto più indietro, almeno fino a Frankenstein di Mary Shelley o ai viaggi impossibili di Jules Verne e alle visioni inquietanti di H. G. Wells. Ma erano opere isolate, senza un vero sistema attorno. Non esisteva ancora una comunità, né un linguaggio condiviso. È negli anni Venti che qualcosa cambia davvero. Non perché la fantascienza venga inventata dal nulla, ma perché viene riconosciuta, organizzata, resa visibile. Intorno alle riviste nasce un ecosistema fatto di autori, lettori, discussioni. Nasce, soprattutto, una consapevolezza. Senso di appartenenza.
È questo che oggi, in fondo, celebriamo quando parliamo di centenario: non l’origine della fantascienza, ma il momento in cui diventa un genere. Da lì in poi si apre un percorso che attraversa tutto il Novecento, dall’età d’oro di Isaac Asimov e Robert A. Heinlein, passando per le visioni di Philip K. Dick, fino alle contaminazioni contemporanee, sempre più difficili da incasellare. Ma c’è un punto che vale la pena tenere fermo, in questo viaggio. La fantascienza non parla davvero del futuro. O meglio: lo usa. Lo piega. Lo trasforma in uno strumento per interrogare il presente. È sempre stato così, ed è forse il motivo per cui continua a funzionare anche oggi, in un tempo in cui il futuro appare meno promettente e più incerto.
Si parla a volte di “Storia del futuro” proprio per intendere il modo in cui possiamo osservare una società del passato attraverso il futuro che immaginava. Il passaggio, per esempio, dalla fantascienza che sognava i viaggi spaziali a quella più inquieta che raccontava di innesti neurali e replicanti.
Per questo, ben vengano i centenari, anche quando sono un po’ arbitrari. Ben venga ogni occasione che riporti l’attenzione su un genere che troppo spesso viene relegato ai margini o confuso con l’evasione. Perché la fantascienza non è mai stata solo fuga. È, piuttosto, uno dei modi più efficaci che abbiamo trovato per restare. Per capire dove siamo. Forse, per immaginare dove potremmo andare. Magari certe storie non forniranno risposte, ma aiutano a porsi le domande giuste. Lo scrive in modo efficace Silvia Bernardini in Oltre Dune, il suo saggio dedicato alla saga di Herbert: “La fantascienza non si limita a raccontare futuri possibili. Ci invita a costruirli da protagonisti”.
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