In genere si dice “Purché se ne parli…”. E, da questo punto di vista, anche certe provocazioni servono quantomeno a sollevare dibattiti e riflessioni, che in ambito culturale sono linfa vitale. Quando su La Lettura è apparso il primo articolo di Mauro Covacich, un cortese attacco frontale alla fantascienza, accusata di aver fallito le sue previsioni sul futuro, c’era in effetti odore di zolfo. E, infatti, la miccia si è accesa. A quel primo articolo è seguito un fiume di inchiostro, analogico e digitale, che ha coinvolto riviste e blog, compreso il nostro, andando ben al di là delle pagine dell’inserto del Corriere. Con un nuovo articolo, sull’ultimo numero, sempre firmato da Covacich, La Lettura si riprende il ruolo di epicentro della discussione, rilanciando: adesso la fantascienza non è più accusata di aver sbagliato previsioni sul futuro ma, molto più banalmente, di essere scritta male.
Tanto per metterci un po’ di benzina in più, uno degli esempi scelti è Ubik di Philip K. Dick. Libro di culto, autore di culto. Covacich parla di “scrittura sciatta”, di “soluzioni corrive”, di una prosa tipicamente pulp. Nonostante la perentorietà del giudizio, questo secondo articolo non sembra aver sollevato gli animi come il precedente. Però vale la pena approfittarne, di nuovo, per cogliere la palla al balzo e proporre una breve riflessione, su questa pagina, dato che la fantascienza e Dick sono temi a noi cari, ai quali abbiamo dedicato lavoro, passione e cura. Insomma, ci sentiamo di poter dire la nostra. E allora proviamo a porci una domanda: “Dove sta lo stile di Philip K. Dick?”.
Cominciamo facendo una concessione ai suoi detrattori: Philip K. Dick non è uno scrittore da ammirare per la perfezione della frase. Scriveva molto e scriveva velocemente, spesso per necessità economiche. La sua prosa può risultare diseguale, a volte brusca, altre volte semplicemente funzionale. Va bene. Chi lo apprezza sa che a volte sa essere anche assolutamente geniale, ma mettiamoci da parte, per un momento. E concentriamoci su un'altra domanda: se Dick fosse davvero uno scrittore privo di stile, allora perché bastano poche pagine per accorgersi di essere entrati in un suo mondo? Perché esiste qualcosa che definiamo senza difficoltà “dickiano”? Allora, forse, il punto è un altro. Stiamo cercando il suo stile nel posto sbagliato.
Lo stile di Dick non si trova principalmente sulla superficie della frase. Si trova nel modo in cui costruisce — e soprattutto distrugge — la realtà narrativa. Nei romanzi di Dick il lettore entra generalmente in un mondo del quale pensa di poter comprendere le regole. Possono esserci androidi, precog, telepati, colonie extraterrestri, droghe capaci di alterare la percezione. Poi qualcosa comincia a non tornare. Un ricordo potrebbe essere falso. Un essere umano potrebbe non essere umano. Qualcuno che credevamo morto potrebbe essere vivo. Qualcuno che credevamo vivo potrebbe essere morto. Il presente può cominciare a regredire verso il passato. Gli oggetti cambiano forma. Le informazioni sulle quali avevamo costruito la nostra interpretazione degli eventi vengono smentite. E ogni volta che pensiamo di avere finalmente trovato un punto fermo, anche quello può cedere. È questo uno dei dispositivi fondamentali della narrativa di Dick. Non ci viene semplicemente raccontata una storia sulla difficoltà di distinguere il vero dal falso. Veniamo proprio messi nella condizione di non riuscire più a distinguerlo, il vero dal falso.
Proprio Ubik procede togliendo progressivamente al lettore gli strumenti attraverso i quali potrebbe stabilire che cosa sta realmente accadendo. Le spiegazioni arrivano, ma possono essere provvisorie. Le regole vengono formulate e poi infrante. La realtà sembra continuamente sul punto di rivelare il proprio funzionamento e continuamente si sottrae. Domandarsi “ma che significa?” non è quindi necessariamente la prova del fallimento del romanzo. In una certa misura è proprio il luogo nel quale Ubik voleva portarci.
Dick viene dal pulp, e del pulp conserva molto: la velocità, l'accumulo delle idee, una certa indifferenza verso l'eleganza, persino quella sensazione che ogni nuova intuizione debba entrare nella storia immediatamente, prima ancora che qualcuno abbia avuto il tempo di domandarsi se sia davvero necessaria. Eppure quello scrittore pulp, con le sue intuizioni visionarie, è diventato uno degli autori più influenti della seconda metà del Novecento. Non soltanto per le innumerevoli trasposizioni cinematografiche delle sue opere o per la quantità di idee entrate nell’immaginario contemporaneo. La sua posizione è cambiata anche all’interno del canone letterario. Mondadori gli ha dedicato un volume dei Meridiani e questo sicuramente qualcosa vuol dire.
C'è poi un problema più generale. Il passaggio da Dick alla “fantascienza”. È difficile, cioè, trasformare il giudizio su un autore in un giudizio su un genere letterario, la cui storia contiene autori molto diversi, compresi alcuni per i quali la ricerca linguistica e formale è stata tutt’altro che marginale. Quando pensiamo alle astronavi, agli alieni, agli androidi, alle città del futuro, riconosciamo il genere attraverso il suo repertorio iconografico e finiamo per attribuirgli anche caratteristiche letterarie comuni che non necessariamente possiede. In pratica, ragioniamo per stereotipi. E il fantastico, in generale, è rimasto per troppo tempo schiacciato sotto questi pregiudizi. Sarebbe anche l’ora di andare oltre. In questo senso, ogni riflessione e ogni dibattito e ogni critica e ogni risposta sono tutta salute. Che la fantascienza sia finalmente discussa come letteratura, anche duramente, anziché essere confinata nella riserva del genere, alla fine, è di per sé una buona notizia. Viva La Lettura, quindi. Ma soprattutto, viva Dick. E, ovviamente, viva la fantascienza.
Riccardo Bruni
Per saperne di più:
Pecore elettriche: Le visioni di Philip K. Dick tra androidi e intelligenze artificiali
di Michele Paolino






















