Ogni generazione ha il suo gruppo o artista di riferimento, i ventenni nati negli anni Settanta i grandi gruppi che hanno fatto la storia del rock se li sono trovati alle spalle. Per i pochi che sono usciti miracolosamente indenni dagli anni Ottanta, i Nirvana sono stati un tuffo nel passato. Quando tutto doveva essere pulito e rassicurante è arrivato il grunge, l’ultimo movimento capace di saldare la musica alla cultura giovanile di protesta. I seguaci del grunge si definivano "sporchi" proprio per un sentimento di reazione, erano i limitrofi, gli emarginati, non a caso il grunge nasce in città periferiche che prima di allora non avevamo mai sentito nominare. I ventenni dei tardi anni Ottanta hanno lasciato i loro genitori col telecomando in mano davanti al festival di Sanremo, inserendo negli stereo le cassette dei gruppi di Seattle. Ma se musicalmente e per certi versi anche culturalmente il grunge è una derivazione del metal, per i Nirvana il discorso è diverso.
Credo, o soltanto mi piace pensare, che Cobain sia stato una vittima del capitalismo, come del resto tutti noi. Per lui la musica era pura sacralità, non a caso nel momento della sua massima ascesa Kurt mette da parte tutti gli altri nomi e sceglie Nirvana. La musica per Kurt è istinto di ribellione, ma anche trascendenza da una realtà ingrata, un viatico illuminato che gli permette di alleggerirsi dalle zavorre del presente e dalle frustrazioni del passato. Quando la sua vocazione si scontra con le logiche dell’industria musicale, qualcosa però si spezza. Sente la macchinazione che agisce nell’ombra per la smania del profitto ed entra in crisi, come era accaduto ad altri cantautori in odore di santità prima di lui. Con Nevermind i Nirvana escono dalle paludi degli anni Novanta per affermarsi come band culto della musica rock contemporanea. Kurt ne sente il peso, la musica smette di essere un divertimento, si sente mosso, raggirato, strumentalizzato. Del resto il movimento è formato da ragazze e ragazzi disillusi, outsiders e nemici per scelta della seduzione capitalista e dell’american dream.
Il gesto estremo di Kurt si collega terribilmente al viaggio interrotto verso la sua liberazione che un’autentica, pura, vocazione d’artista gli aveva fatto intraprendere. Nemmeno la musica è più in grado di salvarlo. Privarsi della propria esistenza per non sentirsene delusi ci dice con quanta intensità la si ami, sebbene il dolore ci abbia accompagnato a ogni passo. Kurt fino all’ultimo ha inseguito l’estremo desiderio di essere, contro tutto e malgrado tutti, l’unico proprietario della sua vita interiore. La sua sola, vera ricchezza.
Alessandro Angeli
autore di In Utero: Kurt Cobain e i Nirvana, elegia di un addio






















